Mr. Fix It

Diario per miei figli –

27 Luglio 2009

Avete rotto un’altro giocattolo oggi (tu e tuo fratello l’avete fatto spesso) e poi mi hai chiesto se potevo riparare la tua tragedia.  Magari si potesse!  Mi dispiace amore ma la vita non è così semplice.  Forse è meglio così, ma era carina la maniera in cui me l’hai chiesto.


28 Febbraio 2014

Uno, due, tre, quattro, cinque e un respiro.  Di nuovo.  Attento che le costole si rompono facilmente.  Dov’e quella dannata ambulanza?  Calmarsi e stai attento dico a me stesso.  Uno, due, tre, quattro, cinque e un piccolo respiro.  Sarebbe meglio un pallone di AMBU, il suo cervello ha bisogno di più ossigeno, più concentrato.  Il mio respiro non è sufficente.  Sento come se il suo cervello morisse.  Centinaia e centinaia di piccole cellule che perdono la vita ogni secondo e sento mia figlia che piange “Mi dispiace” di nuovo e di nuovo e mia moglie va di qua e di là, fuori di testa, in preda di panico.

Almeno ha telefonato al 119.  È venuta dentro la camera per la millesima volta mentre io facevo le compressioni sul petto.

“Vai fuori e aspetta l’ambulanza,” le dico.  Niente cortesia, non c’è tempo.  Le do qualcosa da fare, qualcosa che la tenga occupata.

Non so quanto posso continuare, ma lo faccio.

Tengo mio figlio ancora vivo.

***

 “Non toccare la sua parte della camera, il letto, la scrivania, i libri, i suoi giocattoli – niente,” dicevo a mia figlia. 

Mi guarda e mi fa un cenno con la testa.  Non apre bocca.  So di essere duro, come avevo detto, ma non dico nient’altro per mitigarlo.  La sua parte della camera rimane perfetta.  Meglio se lo faceva lui.  Conoscevo genitori che hanno perso un figlio e ho visto loro fare la stessa cosa.  Non so perché lo faccio io.  In fatti, è ironico.  Dicono che una foto vale mille parole.  Si, si, mille parole.  Mille parole possono non dire niente.  Le parole possono evitare, nascondere, dire bugie.  Tenere la camera da letto di tuo figlio morto pulita e organizzata non ha senso.  È una memoria finta, un minuscolo pezzo, un percento di un percento del grande quadro della sua vita.  Dovresti lasciare un casino, come avrebbe fatto lui.  Così si potrebbe immaginare che lui sia appena uscito e tornerà fra un minuto.  Tornerà qualsiasi minuto adesso...

Lui aveva giocattoli da per tutto.  Libri qua e di là, i cassetti del’armadio aperti con le maglie mezze fuori come un prigioniero che scappa sopra la rete.  Il suo modo di pulire la camera si era perfezionato dopo qualche anno di pratica.  Semplice e diretto, spingeva tutto sotto il letto.  Anche con la scopa.  Troppo pigro per piegarsi giù e farlo a mano, quel ragazzo.  E poi, la pulizia della camera durava tre minuti soltanto.  La magia di fisica, entropia e caos, la polvere e i detriti della vita hanno seguito una legge universale e la camera era di nuovo in disordine, anche se non c’era nessuno dentro.  Vera magia.  Non si può radicarlo, sai?  La sporca parte della vita.  Le scope spostano la posizione e nient’altro.

E questo dovrebbe essere come trovi la sua camera, proprio come l’avrebbe lasciata lui.  Ma no.  Metto tutto a posto — pulito, organizzato.  Non come lui, per niente.  Questo è per me e nessun’altro.  Non posso tenere la sua piccola mano paffuta nella mia.  Questo è tutto ciò che posso avere.  Mio piccolo uomo.

Mi hanno chiesto di creare più spazio nella camera.  Sono, o erano, ancora nell’età di credere che il papà può mettere tutto a posto.  Tutto.  Se no può costruirlo perché ha tutti gli attrezzi.  Dalle culle sono passato ai letti a castello.  Mia figlia comandava suo fratello e il cugino e ha permesso loro di andar sul suo letto in alto per pochi momenti se, e solo se, avessero fatto come diceva lei.  Dicono che noi umani siamo diventati più sofisticati.  Il miglioramento della intelligenza è l’etica.  Guardando i miei figli mi chiedo chi ha fatto questo osservazione.  Dopo due anni mi hanno chiesto di dividere i letti e la stanza, metà per ciascuno, un loro spazio.  È rimasta così per altri due anni ma, intanto che i loro giovani corpi crescono, il desiderio per lo spazio fa lo stesso.  Mi hanno chiesto di alzare i letti abbastanza e mettere sotto una scrivania.  Hanno visto qualcosa di simile in una rivista di mobili.  Capivo.  Ero uno fra quattro fratelli.  Tutti noi vogliamo il nostro posto, il nostro luogo.  Non era un lavoro complicato e inoltre l’orgoglio non mi avrebbe lasciato comprare qualcosa.  Sarebbe stato troppo facile.  In sei settimane ho costruito due letti e due scrivanie.  Ho iniziato con quello del figlio e stavo per mettere la scala quando lui è caduto.  Non potevano aspettare.  Hanno scalato l’altra parte per godere il panorama.  In meno di un minuto il mondo ha cambiato colore.

Sforzandomi, settimane dopo, ho finito di installare la scala, poi ho messo tutto in ordine.  Era difficilissimo stare in quella stanza.  Non ho finito la parte della figlia.  Non mi ha chiesto di farlo.

Strana la rabbia.  Anche forte.  Ho letto che Winston Churchill ha detto che ha preso più Lui dall’alcool che l’alcool da Lui.  Sento lo stesso con la rabbia.  Il problema è che tutti due si devono bilanciare.  C’è un prezzo per tutto — il mezzo kilo di pelle, o il fegato, o i rapporti con gli altri.  Ho versato la mia rabbia, la mia energia in quella lista di cose da fare e ho fatto più in quattro mesi di quanto avevo fatto negli ultimi quattro anni.  Ho finito la metá per mio figlio – il letto, la scrivania e ho messo in ordine – ma non quella di mia figlia.  Non ci riuscivo.  Solo il pensiero mi faceva male al cuore.  E ho lavorato su quello, veramente; un muro dopo un’altro muro.  Ho bloccato tutto, l’ira e la rabbia e lei, lontana da me.  Non abbiamo parlato per tante settimane da quando le ho detto di non toccare niente.  Mi sembrava felice che avessi detto solo quello.  Qualsiasi attenzione va bene quando non esiste altro.  Anche se sembrava così, non odiavo la mia unica figlia.  È difficile da accettare che la tua prima figlia ha ucciso il tuo secondo figlio, nonostante le circostanze.

La guardo di notte.  Vado su dopo il lavoro e dopo qualche bicchiere.  La guardo mentre dorme.  È l’unico modo in cui posso farlo, il giorno è troppo...troppo brillante, troppo lucido.  Il buio copre quelle fessure nell’ombra, è più morbido sugli occhi.  Mia figlia è nata quando avevo trentatre anni.  Buona età per avere bambine, si possono godere di più.  La maggior parte della tua spastica gioventù è trascorsa e sgonfiata.  Ti permette di concentrati su di loro invece che su te stesso.  Mio figlio è arrivato due anni e tre settimane dopo.  Puntuale.  Non sprecava tempo.  Quando è entrato in questo mondo, l’ha fatto in un ora.  Sua sorella invece non aveva fretta, proprio per niente.  Per lei c’è voluto quasi un giorno intero — diciasette ore.  Trovo interessante come noi dimostriamo al mondo una parte del carattere con il processo doglie.  Tutti noi arriviamo nudi, bagnati, esposti alla luce senza nessun idea del mondo, ma facciamo a nostro modo.

Nonostante il fatto che mio figlio avesse fretta, dopo la nascita ha rallentato tutto.  Non ci sarebbero stati momenti neri come la sorella.  Era un facilone e andava d’accordo con tutti.  Così, lui ha fatto impazzire la mamma con i compiti, ma era un bravo ragazzo.  È partito da questo mondo abbastanza veloce.  Era qui un minuto e disperso venti lunghi minuti dopo.  Dieci anni, otto mesi, quattro giorni e sei ore.  Questo è il tempo che abbiamo tenuto mio figlio nella nostra vita.  557 settimane.  3904 giorni.  93.672,3 ore.  5.620.349 minuti.  Tempo definito.  Preciso.  Sembra lungo, a vederlo scritto così.  È passato in un batter d’occhio.  Adesso facciamo riferimento a lui con i verbi al passato.  Inceppato, linguisticamente, in una curvatura spazio temporale.

Nonostante il fatto che a mia figlia ci volle più tempo per nascere, quando era qua voleva tutto adesso e cinque minuti fa.  Non aveva tempo da perdere.  Sapeva già quello che voleva e non era timida a comandare per realizzarlo.  È ciò la metteva in competizione con il fratello.  Beh.  Questa è la natura umana.  Ricordavo mio papà che diceva a me e ai miei fratelli che avremmo potuto litigare per un panino anche di merda.  Proprio le sue parole.  Pensavamo al momento che era uan cosa buffa ma adesso lo capisco.  Ma noi eravamo fortunati.  I nostri argomenti erano solo argomenti, niente più.  Mio figlio invece...l’incidente avrebbe dovuto essere una semplice, normale baruffa con la sorella, ma un schiaffo, una spinta, una mano messa male ci ha portato in una strada molto diversa, dritte e senza fine.

Come siamo arrivati fin qua?  Com’è possibile che una parola detta in un momento di rabbia è finita con un collo rotto?  È successo in un attimo.  Il tempo di fare un respiro.  Dal letto è caduto al rallentatore, sembrava irreale, così piano che potrei riviverlo e immaginarlo di nuovo, secondo per secondo.  Non sono stato abbastanza veloce.  Ho preso i pantaloni prima che la sua testa colpisse il pavimento.  Bruttissimo quel suono, magari non potessi più sentirlo, ma lo faccio ogni notte.  Di nuovo, e di nuovo, e di nuovo.  Non dormo bene, così guardo mia figlia quando lei dorme.  Adesso non posso più.

Non sono mai stato uno che reagisce male nelle situazioni di emergenza.  Mai.  Cum grano salis – sono stato chiamato un bastardo senza emozione.  Due volte, forse di più.  Tutti hanno la capacità di tenere la mente fredda – blocca l’esterno – quello non pertinente – e fai un passo alla volta.  Presupponevo che la vita è la vita e procederà indifferentemente che tu sia felice o meno o che tu sia un pazzo durante questo viaggio.  Penso che sarei stato un buon paramedico o infermiere al pronto soccorso.  Mi piace pensare così.  Salvare le vite è un dono.

Mio figlio è caduto e io avevo la mente chiara, sapevo quello che dovevo fare.  Era già sulla schiena e non l’ho spostato.  Ho messo i libri e uno zaino accanto alla sua testaper bloccarla.  L’ho sentito grugnire una volta e gli occhi hanno battuto due volte, ma non poteva rispondere alle mie domande.  Sapevo che stava male quando ho preso la sua mano.  Niente.  Non mi ha stretto, non c’era reazione e i suoi muscoli erano flaccidi.  Un occhio era dilatato.  Male, ho detto a me stesso.  Non respirava.  Non poteva.  Incomincio il CPR, pensavo io.  Ho detto a mia moglie di telefonare al 119 quando è entrata in camera.  Dovetti dirlo due volte.  Era scioccata quando ha visto suo figlio con il collo strano.  Lo choc fa questo.  Per avere la sua attenzione, le ho fatto vedere i miei occhi, e ho detto “Fà la telefonata.”

Ho incominciato il CPR mentre telefonava.

Ho fatto quello che si deve fare.  Ho fatto tutto secondo le regole.  L’istruzione può aiutarti.  L’ho appreso nell’esercito.  Il militari sanno come insegnarti.  Istruzione dopo istruzione e di nuovo istruzione.  Non pensare, fare.  L’istruzione ripetuta fa proprio questo.  Infila i suoi neuroni così che fai senza pensare, crea riflessi incondizionati, come un pilota automatico.  Concentrarti sul momento.  Qua e adesso.

Respiravo per mio figlio, ho provato a forzare la mia vita dentro di lui e sostentarlo.  Ma il CPR non era abbastanza.  Il cosmo casuale, ironia universale o la sfortuna mandava l’ambulanza al posto sbagliato per un difetto nel GPS.  Nessun altro era disponibile e allora erano obbligati a rifare la strada.  Sono arrivati quaranta minuti dopo l’incidente.  Potevo portarlo io stesso in meno tempo.  Sembravano quaranta ore.  Non mi ricordo quando loro sono entrati e hanno preso il controllo.  Mi ricordo che parlavo con mio figlio accanto all’orecchio e dicevo senza respiro “Rimani con me, figliolo, non andare via.”  Pensavo di aver visto un po’ di vita nei suoi occhi, ma probabilmente no.  Erano impulsi elettrici che non partivano del suo cervello.  Gli infermieri mi hanno spinto via.  Dicono che sono svenuto.  Fisicamente il CPR è difficile e duro ma io non l’ho notato.  Il mio pilota automatico mi guidava nell’oscurità in cui ero stato buttato, a testa in giù.

Dopo una settimana sono spuntato fuori mentre ascoltavo la sua linea piatta.  Abbiamo spento la macchina che lo aveva mantenuto in vita.  Ha lo stesso suono che si sente in televisione, sai?  Non mi sembra giusto che qualcosa di così grave e così importante che cambierà la vita...può essere così facile e così semplice come spingere un interruttore.  Ma è quello che abbiamo fatto, lo abbiamo spento.  Lui è arrivato con il cervello già morto, mi hanno detto.  Non c’era niente da fare o che avrei potuto fare.  Ho firmato le carte per donare i suoi organi e gli occhi.  Evidentemente ho convinto la mamma che era la cosa giusta da fare, che altri bimbi potevano aver la possibilità di una vita normale, ma veramente non mi ricordo quello che ho detto.  Tutte quelle parole erano rumore — suoni indistinti e confusi che giravano dentro e fuori dalla mia testa come il vento nei tornadi.  Blah blah blah e...basta.  Era finito.

Allora, guardo mia figlia quando dorme.  Lo facevo, almeno.  Mai fatto un lavoro con catrame o asfalto?  È difficile pulirsi senza spalmarsi quella roba da per tutto.  Si trovano due macchie per ognuna che si pulisce.  Trovo che WD40 è un buon prodotto per pulire il catrame.  Mi serve un prodotto così per dentro.  Ho scritto un tesi all’università sul WD40.  La compagnia mi ha spedito un’informazione in cui c’era una lista di 582 altra modi di come il pubblico ha usato il loro prodotto; attirare pesce, curare verruche, alleviare emorroidi, e tante altre cose stupide.  Niente di esistenziale.  Mi sarei ricordato di quello.

Io ho questo nera, untuosa e gommosa massa di furia dentro di me che copre ogni organo come un guanto sottile.  È dentro il cuore e i polmoni.  Lo sento con ogni respiro.  Palpita nell’orecchie e viene fuori con il sudore.  La mia piccola non è neanche lei se stessa.  Il sentimento di colpa può fare strane reazioni nelle persone.  È sempre la mia piccina, ma si è richiusa in se stessa.  Mi sembrava che invece di crescere diventava più piccola.

L’ultima volta che l’ho guardata dormire, mi ha preso in un modo che non mi aspettavo.  Non potrò guardarla più.  Ero la, seduto da una ventina di minuti, quando si è alzata.  Era distesa e poi all’ improvviso si è seduta senza far rumore.  Ero sorpreso, ma non mi ha preso completamente alla sprovvista.  È stata sonnambula in passato.  È rimasta così per un minuto, la testina girava un po’ qua e un po’ di là, sempre con gli occhi chiusi.  Poi, ferma e ha raddrizzato la testa come se avesse sentito qualcosa, qualcosa che solo lei poteva sentire.  Ha aperto gli occhi e ha guardata tra me ed un punto molto distante e ha riso.  Era un po’ inquietante ma sapevo che lei non era qua con me.  Pensavo che sognava quando ha detta “Ho visto Leo papà.”

Quello...quello mi ha preso in contropiede.  Ho battuto le palpebre due volte, pensavo che forse stavo dormendo io.  O stavo sognando?  Scuotevo la testa e stavo per pizzicarmi quando ha detto tranquillamente “Lui giocava in un campo, con un aereo.  Si sta divertendo.  Conoscevo la persona con lui ma non ricordo il suo nome...è venuto a dirmi che era felice di vedermi.”  Mia figlia non ha chiuso gli occhi una volta.

Sentivo il cuore battermi nel’orecchie.  Quel’alcool nel sangue è sparito subito.  Come un’iniezione di caffeina al cuore.  Qualche piccola parte del cervello ha sussurrato adrenalina.  La mia bocca era secca ma si è aperta prima che la mia testa sapesse cosa stava facendo.  Ho bisbigliato nervosamente “Ha detto qualcos’altro?”

Dopo un secondo disse “Ho detto, mi dispiace che ti ho spinto.  Ha detto che sapeva che non lo avevo fatto apposta.  Sa che non volevo fargli male.”  Non potevo immaginare mio figlio arrabbiato con sua sorella per più di un minuto.  Per qualsiasi ragione.  Si arrabbiava velocemente ma era ancora più veloce nel pentirsi e perdonare.

“Ho chiesto se stava bene, mi ha detto di si.  Ha detto che era preoccupato per papà.”

Volevo chiedere perché, ma la gola era bloccata, non riuscivo a dire una parola.  Ma non era necessario.

“Ha detto che si sentiva male per papà e per la sua rabbia.  Lui vuole che siamo felici.  Gli manchiamo, ma stava bene ed era felice.  Vuole che anche noi siamo così.”

Come si è alzata, si è distesa senza rumore.  Non mi ricordo di averla vista farlo.  Era come niente, proprio niente ma qualcosa era appena successo.  Tutto allo stesso momento.  Per qualche minuto non sono riuscito a muovermi.  Le mie articolazioni erano bloccate.  Quando ne ho avuto la forza mi sono alzato, ma le gambe erano pesanti ed ero stanco morto, come mi sento dopo qualche settimana di sofferenza e di insonnia.  Mi ricordo chiaramente di aver il desiderio, la voglia, di vedere mio figlio così.  Quello che ho, invece, e di rivivere l’incidente quando dormo.  Volta dopo volta dopo volta. 

Mia figlia, la mattina dopo, non ricordava niente.  Ho chiesto alla mamma di chiederle se avesse avuto qualche sogno.  Io non potevo.

Potente forza della natura, i bambini.  Per la maggior parte dei giorni ho i miei dubbi che esista Dio.  Se c’è, e se Lui ci voglia bene, mi chiedo se questo dono – di far crescere quello che si fa nascere – è un modo di farci conoscere il Suo amore per noi.  Ma questo è amore?  Riprendersi quello che hai dato?  Come la forza di Sansone stava nei capelli, così la forza dei genitori è nei loro figli.  Ferro battuto nel DNA.  Uno sguardo dei loro occhi e tu sei super mamma o super papà.  Dieci volte di più di quanto potessi mai sperare di essere da solo.  Facciamo noi lo stesso per Lui?  Forse Lui, orgoglioso, ritira questi doni come i fiori più belli per il suo mazzo.  Ho provato ad essere un super eroe per mio figlio.  Fallirò con mia figlia?  Non voglio questa collera che mi ha preso per mano e mi è entrata in gola per avvelenarmi dentro.  Non si vede da fuori ma è la, che mi rode dall’interno.  Divora e divora.  Che cosa succederà quando non rimarrà niente da masticare?  Crolleranno i miei pilastri interni?


Diario per mia figlia

12 Ottobre 2014

Ti ho chiesto di fare qualcosa dopo scuola oggi.  Passata la sorpresa della domanda, hai fatto no con la testa.  Ho chiesto se potevamo parlare dopo la scuola e con la testa mi hai risposto di si.  Immagino che sia stato un lungo giorno per te, pensando alla mia richiesta.  Anche per me.  Stavo pensando a tutto quello che volevo dirti.  Quando sei tornata siamo andati nella tua camera e ci siamo seduti faccia a faccia.  Speravo di poter dire quello che dovevo dire, e ingoiavo due volte.  Mi guardavi come tutti i ragazzi alla tua età guardano i genitori.  Un misto di timore, ansia, noia e anticipazione, tutto insieme.  Non sapevo da dove incominciare o da dove partire senza urlare ed accusare o perdere la testa.  Allora, ho preso un respiro profondo per calmarmi.  Semplice, ho detto a me stesso.  Falla semplice.  Qua e adesso.  Ti guardavo e ho detto “Mi dispiace.”  Mi dispiace per non essere un papà più bravo.  Mi dispiace per non aver detto che non era colpa tua.  Mi dispiacevo per tutto.  Tutto.  E qualcosa è fiorito, sbocciato in te, mia figlia, in quel momento.  Nessun altro l’avrebbe visto, ma io si.  Chiaro come il sole.  Come un raggio di luce uscito da un buco nero.  Disperato di essere libero.  Un barlume di speranza.

Mi hai abbracciato forte forte e io ho fatto lo stesso a te.  Sentivo le tue piccole braccia forti e la faccia accanto alla mia.  Sentivo le tue lacrime scorrermi sulla spalla mentre dicevi tra i singhiozzi che non volevi fare male al fratello.  “Lo so, amore, lo so.”  Accarezzavo i capelli e ho detto che era un disgrazia, un infortunio e che non dovevo essere arrabbiato con lei.  “Non era colpa tua.  Non era colpa tua.”

Siamo rimasti così per un bel po’.  Si stava bene.  Si stava proprio bene.  La rabbia è sempre là, appena appena sotto la mia pelle, che aspetta.  Ma posso nasconderla.  La tengo lontano da mia figlia – lei mi da quella forza.  Devo solo concentrarmi.

Spero che mio figlio sia felice dovunque sia.  Forse una di questi notti lo vedrò, giocherà nei miei sogni.

Fine